Da Tijuana a Cabo SanLucas, tradeserto e oceano

le due Baja California, due anime diverse di una stessa terra: una distesa verso il mare e il deserto, l’altra verso le montagne e la Sierra. In questo numero racconterò il viaggio lungo la Baja California peninsulare, da Tijuana fino a Cabo San Lucas, mentre nel prossimo numero vi porterò con me nella Sierra de la Tarahumara, percorsa a bordo del celebre trenino “El Chepe”, che attraversa canyon e villaggi sospesi nel tempo. La Baja California si estende per oltre 1.200 chilometri nel nord-ovest del Messico. È una lunga lingua di terra tra l’Oceano Pacifico e il Mar di Cortez, dove il deserto incontra il mare e la luce cambia con ogni curva. È un territorio remoto, affascinante e a tratti surreale, dove la natura detta ancora i suoi ritmi e l’uomo deve adattarsi, osservare, rispettare. Il viaggio comincia a Tijuana, la città di confine, vivace, colorata e piena di contrasti. È la porta d’ingresso del Messico, dove l’aria profuma di spezie, musica e libertà.

Da qui parte la Carretera Transpeninsular, la grande strada che attraversa tutta la penisola e accompagna i viaggiatori verso sud, tra montagne, canyon e distese di sabbia. Dopo ore di viaggio tra paesaggi brulli e infiniti, si arriva a Cataviña, un piccolo villaggio nel cuore del deserto. Rocce giganti, cactus monumentali e un silenzio che vibra di luce. In mezzo a questo nulla sorge una splendida posada: un rifugio semplice e accogliente dove il cielo, di notte, diventa un tappeto di stelle. Cataviña, l’alba nel deserto. Ricordo che il giorno dopo il nostro arrivo ci svegliammo nel cuore della notte. Alle quattro del mattino eravamo già in strada, avvolti nel silenzio assoluto del deserto. Dovevamo riprendere il pullman, ma nessuno sapeva dirci a che ora sarebbe passato: ci avevano solo detto “aspettate”.

Davanti a noi, lungo la strada deserta, un piccolo bar illuminato da una luce gialla serviva caffè caldo agli automobilisti di passaggio. L’aria profumava di polvere e caffè, mentre il cielo, schiarirsi. lentamente, cominciava a Fu allora che vidi l’alba alzarsi dietro un cactus: un’immagine semplice, ma talmente intensa da restare impressa per sempre nel mio cuore. In quel momento ho capito che il viaggio non è fatto solo di luoghi, ma di attese, di silenzi, di piccoli istanti che diventano eterni. Poco dopo, lungo quella stessa strada che sembrava infinita, comparvero due viaggiatori con lo zaino in spalla. Si chiamavano Diego e Martina, erano giovani e — sorpresa — anche loro italiani. Aspettavano lo stesso pullman, diretti verso sud, e da quel momento abbiamo condiviso l’intero viaggio fino a Cabo San Lucas. Compagni improvvisati, uniti dal caso e dal desiderio di scoprire il mondo, tra una corsa di autobus, un tramonto e una risata nel mezzo del deserto. Più a sud, il paesaggio cambia e si arriva a incontra Santa Rosalía, un’antica città mineraria dall’insolito fascino francese. Le sue case in legno color pastello e la chiesa in ferro progettata da Gustave Eiffel raccontano di un passato industriale e di un presente che sa di mare e nostalgia. Poi arriva Loreto, la città delle missioni gesuite, affacciata sul Mar di Cortez. È un luogo di pace, con una piazza dove la sera si intrecciano le voci dei viaggiatori e il profumo del pesce appena cucinato. Fondata nel 1697, è la più antica missione della Baja California, da cui partirono i missionari che fondarono tutte le altre. Infine La Paz, la capitale della Baja California Sur. Il suo nome significa “pace”, e davvero la si percepisce camminando lungo il malecón, il lungomare che al tramonto si riempie di colori e di vita. Da qui si parte per esplorare le isole del Mar di Cortez, che Jacques Cousteau definì “l’acquario del mondo”.

Cabo San Lucas. L’ultimo tratto della strada sembra scivolare verso l’azzurro. Dopo tanto deserto e silenzio, Cabo San Lucas accoglie con il suono delle onde e la vitalità dei suoi colori. È la punta estrema della penisola, dove il Pacifico incontra il Mar di Cortez sotto il celebre arco di roccia, El Arco. Qui tutto cambia: l’aria si riempie di brezza marina, i resort si alternano ai porticcioli dei pescatori e le barche lasciano il molo per raggiungere spiagge che sembrano scolpite nella luce. Ma dietro la facciata turistica, Cabo conserva un’anima autentica: quella dei pescatori, dei surfisti e dei viaggiatori che arrivano fino a qui per sentire di aver toccato un confine — il punto dove la terra finisce e l’oceano comincia. È la fine del viaggio, ma anche il suo senso più profondo: aver attraversato una penisola  che unisce il deserto al mare, la solitudine al sogno, la realtà all’avventura. Attraversare la Baja California è come attraversare un sogno fatto di sabbia, vento e luce. Un viaggio che resta dentro, come una linea sottile tracciata tra l’avventura e la contemplazione. È un viaggio senza tempo, che merita di essere vissuto e consigliato a chi cerca ancora la natura vera, quella che non ha bisogno di essere addomesticata per emozionare. Una terra che invita a rallentare, ad ascoltare il silenzio, a lasciarsi sorprendere dalla bellezza semplice e assoluta del mondo.

Giulia Berruti