A CURA DI MARA PAPURELLO – ASSOCIAZIONE, AUTOSTRADA DELLE API
La sensibilizzazione al rispetto del nostro pianeta passa anche attraverso azioni consapevoli, sia individuali che collettive.
La manutenzione degli spazi all’aperto richiede regole e indicazioni precise per evitare danni. Spesso, le persone scelgono di creare prati all’inglese ovunque, anche quando le condizioni climatiche non sono favorevoli.
Per mantenere un prato perfetto, è comune ricorrere a veleni specifici per limitare la crescita di erbe indesiderate.
Nell’opinione comune, un’area non sfalciata è spesso considerata un segno di trascuratezza.
In realtà, una minore frequenza di taglio permette il completamento del ciclo vegetativo, favorendo la fioritura e la successiva sfioritura, il benessere degli impollinatori e il mantenimento della biodiversità, sia animale che vegetale.
Anche la fertilità del suolo ne beneficia. Pertanto, la pratica dello sfalcio ridotto non è affatto indice di trascuratezza, ma rappresenta una scelta ambientale consapevole e mirata.
Inoltre, essa conferisce un valore estetico unico, in contrasto con un’idea stereotipata di bellezza paesaggistica.
Virginia Woolf, nelle sue memorie, parla della bellezza di un giardino “selvatico” e di una vecchia casa. «Monk’s House, una casa in stile antico, sorge su un terreno di circa tre quarti di acro, in vendita con gli annessi…» Questo era l’annuncio che Leonard e Virginia Woolf videro nel giugno del 1919.
Il giorno seguente, Virginia visitò la casa, descrivendola così: stanze piccole, nicchie ai lati del caminetto che sembravano fatte per l’acqua santa, e “una netta assenza di comodità”. Non c’era elettricità, né acqua corrente, né un bagno, solo un gabinetto a terra nascosto nel giardino tra alcune piante di lauroceraso.
Virginia avrebbe dovuto affrontare gelide escursioni per arrivare alla “romantica stanzetta”. Tuttavia, questo non era nulla rispetto al “gran diletto” che ispirava “la forma, la fertilità, l’aria selvatica del giardino”.
La casa fu acquistata e ristrutturata gradualmente. Il giardino ha sempre avuto un ruolo importante per Virginia e i suoi ospiti.
I fiori del giardino attiravano soprattutto le api: nel 1927 fu acquistata la prima arnia e, l’anno successivo, erano già quattro.
Nel 1931, Virginia scrisse all’amico Hugh Walpole:
— Uno sciame di api italiane che pungono tutto e tutti ha prodotto 30 libbre di miele selvatico… ce ne sarà un po’ sul tavolino del tè, vieni presto ad assaggiarlo —
Virginia amava il suo giardino e la vita che da esso sprigionava;
— Le api emettono ronzii come fossero frecce di desiderio: violente, erotiche; l’aria è tutta vibrazione —.
Scriveva da questo suo rifugio,
— Domani annuserò una rosa rossa; solcherò dolcemente il prato (mi muovo come se portassi sul capo un cestino di uova); mi accenderò una sigaretta, metterò la tavola sulle ginocchia per scrivere e, con grande cautela, mi immergerò come un palombaro nell’ultima frase che ho scritto ieri —
nel 1933: Avevo davvero un interesse profondissimo a scrivere qui, perché ho dato da mangiare ai pesci rossi, perché ho contemplato la peschiera nuova, perché ho giocato a bocce la felicità—.

