Ritornare al passato per ispirare il futuro

La sezione Vintage di CasaBenessere nasce con uno sguardo affettuoso e intelligente sul design del passato. Non per nostalgia, ma per rendere omaggio a quelle sperimentazioni coraggiose che hanno dato origine a prodotti senza tempo. Fra queste, il compensato curvato occupa un posto d’onore.

Tecnologia affascinante e rivoluzionaria, amata da architetti e designer di tutto il mondo, ha permesso la nascita di forme nuove, leggere, libere. Ha dato vita a oggetti che oggi troviamo nei musei, nei libri, ma anche nelle nostre case, con la stessa forza espressiva di un tempo.

Questo speciale raccoglie le voci dirette di chi ha fatto la storia: designer e architetti che hanno saputo usare questa tecnologia per innovare, emozionare, progettare con visione. Le interviste pubblicate qui fanno parte del volume Il Compensato Curvato – I progetti, i progettisti italiani (Rima Editrice), che realizzai anni fa insieme a mio cugino Carlo Ratti, autore della parte tecnica e storica del libro.

Nel tempo, queste interviste sono diventate una preziosa testimonianza culturale: oggi abbiamo deciso di riprenderle, per riportarle all’attenzione delle nuove generazioni, dei progettisti curiosi e di chiunque ami il bello.

TITO AGNOLI

Salotti in compensato curvato, distinti per l’altezza dello schienale: basso nel modello 688, alto nel 699.
 D. Architetto Agnoli quando e come si è avvicinato al compensato curvato?
R. Ho sempre avuto la passione del legno e ho cominciato ad interessarmi al compensato curvato quando insegnavo alla Cesare Correnti di Lissone. Tra i miei allievi c’era il nipote di sulla tecnologia, per poi spiegarla ai miei alunni e mi sono entusiasmato. Allora lavoravo per la ditta Cinova di Lissone per la quale disegnai i modelli “688-699”, poltrona e divano, dove i braccioli e lo schienale erano in compensato curvato. Questi modelli hanno largamente incontrato il gusto del pubblico, infatti ne sono stati realizzati migliaia di pezzi dalla ditta Cinova, la quale aveva deciso di fare una politica di distribuzione selettiva che favorì l’imitazione del prodotto da parte di piccole aziende di salotti che a loro volta produssero migliaia e migliaia di pezzi.

PIETRO AROSIO
D. Lei ha utilizzato il compensato curvato in tre periodi differenti; mi parli delle motivazioni che l’hanno spinta ad utilizzare questa tecnologia e soprattutto quali differenti esperienze ne ha ricavato.
R. Una delle mie prime esperienze di industrial design fu, negli anni Sessanta, la progettazione di alcuni mobili a forma cilindrica, la cui caratteristica principale era l’apertura su due lati. A quei tempi non esisteva materiale alternativo al compensato curvato per ottenere, in modo soddisfacente, una forma curva; oggi se dovessi realizzare di nuovo quei mobili forse impiegherei altri materiali, o meglio, lascerei il legno a vista per valorizzare il lamellare curvato.

In seguito disegnai per la Ipar un letto che voleva presentarsi sul mercato come prodotto alternativo a quelli esistenti. Tra questi ricordo il bellissimo letto della T70. L’ultima mia realizzazione in compensato curvato è stata una sedia disegnata per la Sorgente dei Mobili di Arosio; poiché mi hanno sempre affascinato i mobili del grande Alvar Aalto, l’idea per questo progetto è nata proprio dal desiderio di ricercare possibili alternative al lavoro da lui svolto.

CARLO BARTOLI
D. Chiediamo all’architetto Carlo Bartoli di parlarci del suo approccio e del suo rapporto con il compensato curvato e delle problematiche che questo materiale ha introdotto nel suo modo di progettare.
R. Amo molto il compensato curvato. È un materiale che mi riporta con il pensiero a precisi ascendenti storici, soprattutto alla figura di Alvar Aalto: è una personalità che mi ha affascinato e che è, per me, un termine di riferimento. Il rapporto tra chi vuole progettare utilizzando alcuni materiali o tecniche innovative e chi questi progetti deve realizzare a livello industriale è sovente difficile.

Ritengo che una delle cause di tale situazione sia da imputare allo scarso dialogo che talvolta esiste tra committente e progettista. Inoltre alcuni materiali, per essere utilizzati al meglio del progettista, richiedono una lunga frequentazione.

Questi problemi investono certamente anche il compensato curvato; inoltre non sono esistite in Italia le condizioni storiche e industriali che hanno permesso le sperimentazioni eccezionali di Alvar Aalto in Finlandia e quelle di Eames negli Stati Uniti.

Questo spiega come in Italia i risultati ottenuti non hanno toccato i livelli raggiunti nelle esperienze sopra citate.

Nel 1968 ho progettato la sedia Mito in compensato curvato, realizzata da T70. In essa era interessante la continuità tra la scocca e le gambe, unite in un tutt’uno strutturale.

Ritengo che questo progetto sia valido tutt’ora; la produzione è tuttavia cessata da tempo, probabilmente per ragioni di mercato, cedendo alla logica dell’obsolescenza forzata che regola la vita di molti oggetti di design, secondo la quale è necessario rinnovare o sostituire continuamente i prodotti per rinvigorire la domanda.

Solo poche aziende di fisionomia molto particolare, riescono a sottrarsi a questo obbligo.

ACHILLE CASTIGLIONI
D. Architetto Castiglioni credo che Lei, insieme con suo fratello Livio, sia stato fra i primissimi designer ad utilizzare il compensato curvato. Quali motivazioni l’hanno spinta a valersi di questa tecnologia?
R. L’ammirazione per il grande Alvar Aalto mi ha portato ad interessarmi a questo materiale fin da quando ero studente. In quegli anni difficili del secondo dopoguerra, il compensato mi appariva una tecnologia estremamente avanzata, che poteva offrire ad un giovane architetto, pieno di idee e di entusiasmo, grandi possibilità realizzative.

Così utilizzai questo materiale nella produzione di alcuni elementi (un letto e una sedia) di una camera d’albergo che progettai nel 1946 insieme a mio fratello Livio. Il progetto (che fu esposto alla mostra della Rima dello stesso anno) presentava molti aspetti nuovi e interessanti per quegli anni.

Prevedeva infatti l’utilizzazione di due soli stampi: uno per la testata e la pediera del letto (bastava capovolgere lo stampato), l’altro per la seduta e lo schienale della sedia. Per superare le non poche difficoltà di realizzazione, ricorremmo alla preziosa e intelligente collaborazione di Carlo Ratti, un pioniere nella lavorazione del compensato curvato.

JOE COLOMBO
D. Parliamo con Ignazia Favata, che è stata collaboratrice di Joe Colombo, a cui chiediamo che cosa ha rappresentato per l’architetto il compensato curvato.
R. Joe Colombo amava molto il compensato curvato. Fu il primo materiale strutturale che gli permise di realizzare forme curve e quindi di unire le sue capacità tecniche alla preparazione estetica sviluppata in lunghi anni di lavoro artistico.

La “poltroncina ad elementi curvati” (1964), ad esempio, è costituita da tre pezzi che si incastrano senza uso di viti e la poltrona “Superconfort” (1964) ha un sedile che si appende allo schienale con due bottoni.

Il compensato curvato fu per lui molto stimolante tanto che restano molti disegni di diverse applicazioni fino all’introduzione sul mercato della plastica con cui realizzò le forme a lui più congeniali.

MICHELE DE LUCCHI
D. Architetto come si è avvicinato al compensato curvato?
R. Considero il compensato curvato uno dei materiali più affascinanti, forse perché ho imparato ad apprezzarlo ammirando le opere di grandi designer come Saarinen, Eames, Alvar Aalto, i quali hanno saputo esaltare il fascino di questo materiale con la creazione di oggetti dalle forme più strane e moderne.

EUGENIO GERLI
D. Chiedo all’architetto Gerli di parlarmi del suo rapporto con il compensato curvato.
R. Il mio approccio con il compensato curvato risale alla fine degli anni Quaranta, allorché fui invitato a partecipare ad una mostra di designer (una delle prime del dopoguerra), organizzata da Fede Cheti e che vide la partecipazione di molti giovani architetti fra cui voglio ricordare i fratelli Castiglioni e Zanuso.

Successivamente disegnai delle sedie che furono presentate alla Triennale di Milano del 1954. Pochi anni dopo, nel 1957, cominciò la mia collaborazione – che continua tuttora – con la Tecno di Varedo, per la quale ho realizzato diversi pezzi in compensato curvato. L’interesse per questo materiale mi portò in seguito ad aprire un laboratorio (“Forma”) in cui ebbi modo di sperimentare nuove possibilità di applicazione del compensato curvo.

Pur avendo il difetto di lasciare a volte intravedere dei vuoti nella testata del pezzo, il compensato curvato si presenta comunque come una materia dalle molte possibilità realizzative. Tuttavia ciò non ne ha impedito l’uso poco corretto da parte di molti progettisti determinando così il progressivo calo nella sua utilizzazione.

ANGELO MANGIAROTTI
D. Architetto, come si è avvicinato al compensato curvato?
R. Ho partecipato ad un concorso sui compensati che non ricordo se era stato indetto dalla città di Cantù o di Mariano Comense. Rammento che Alvar Aalto faceva parte della giuria e che il mio progetto è stato premiato con mia grande soddisfazione.

GIOVANNI OFFREDI
D. Lei ha disegnato moltissimi oggetti in compensato curvato, devo dedurne che ama molto questa tecnologia?
R. Sì, mi piacciono le forme plastiche ed è per questo motivo che ho utilizzato il compensato curvato, che permette forme più libere, sciolte ed armoniose. In questi ultimi tempi per ragioni di costi, lo uso come elemento compositivo dell’insieme.

 È un materiale che mi affascina per le sue possibilità di forme più fluide, più continue a linee poco spezzate.

FULVIO RABONI
D. Come si è avvicinato al compensato curvato?
R. Un progettista si avvicina a un materiale cercando di capirne la sostanza e proponendosi di trasformarlo in un manufatto seguendo tecniche di trasformazione corrette. Il compensato curvato è già una prima modificazione del materiale legno che suggerisce metodi di trasformazione ulteriore.

Il rapporto tra forma e metodi di trasformazione dei materiali è sempre molto stretto: quasi sempre la correttezza dei procedimenti di trasformazione, la qualità del progetto e degli oggetti sono strettamente connessi; quanto più corretto e logico il processo, tanto più qualitativo è l’oggetto e il progetto che lo determina. In questo senso alcuni esempi che hanno utilizzato le tecniche di curvatura del legno e che fanno parte ormai della cultura dell’architettura moderna sono ad esempio i mobili Thonet (curvatura di legno massiccio), le realizzazioni di Alvar Aalto per quanto riguarda il compensato curvato e, più precisamente, il legno lastronatato curvato.

Tutti questi oggetti resistono da molti decenni e sono ancora oggi validi e rappresentativi come del resto, con altri materiali, vengono ancor oggi prodotti, alcuni oggetti progettati negli anni Trenta da Le Corbusier, Giuseppe Terragni, ecc.. Tenendo conto di quanto detto, ho utilizzato in alcune realizzazioni questo materiale tra il ’Cinquanta e il Sessanta anche perché il materiale si prestava ad oggetti destinati ad una produzione in piccola serie.

VITTORIANO VIGANÒ
D. Architetto, lei è stato uno dei primissimi designer a utilizzare il compensato curvato, mi può parlare di questa sua esperienza?
R. L’avvicinamento a questa tecnologia era connesso alla natura degli studi fatti nei corsi conclusivi e subito dopo la laurea, nel campo di interessi personali approfonditi con particolare attenzione, anzi ammirazione, per la produzione di Aalto.

Essa si era evidenziata per i suoi connotati di alta spazialità negli anni Trenta-Quaranta, sperimentando col legno forme in qualche modo proprie del ferro. Se a Breuer, Corbusier, Mies, siamo debitori di modelli di insopprimibile significato tipologico, strutturale, figurativo – proposte coraggiose e inedite per il rischio insito nella semplicità, nella tecnicità, persino nella freddezza che il ferro-cromato portava nel prodotto – ad Aalto siamo debitori di prodotti di insopprimibile livello cogliendo della lavorazione del legno a compensazione pari strutture, ma in un’area di finezza figurativa e di calore tutta propria del legno.
In occasione della Rima, una delle prime mostre di design fatte nel Palazzo dell’Arte nell’immediato dopoguerra, fui invitato a partecipare con qualsivoglia proposta. Ho recuperato una mia vocazione di ricerca trovando degli interlocutori tra mobilieri della Brianza ed in particolare in Antonio Ratti, che aveva a Monza una fabbrica dove produceva piccoli pezzi a compensazione (soprattutto schienali e sedute).

Per la verità la sua ditta operava più su una lavorazione per componenti, per così dire, piuttosto che su una lavorazione più complessa ed integrale. Fu quindi uno sforzo per tutti e due riuscire a capirci e valutare cosa conveniva fare e quanto valesse la pena per l’azienda investire dei soldi per fare gli stampi e i prototipi.

Di compensi progettuali non se ne parlò nemmeno. Ma il clima era particolarmente favorevole: era la ricostruzione, il ricominciamento di tutti e quindi ognuno si sentiva responsabilizzato “a fare”, a fare qualche cosa che avesse forza di nuovo. Fu quindi in questo clima di buona volontà, di euforia, di speranza che ognuno mise la sua: io avevo venticinque anni, Ratti qualcuno di più; abbiamo prodotto due modelli di poltroncine in due tempi successivi e si può dire che ebbero immediata e favorevole risonanza. La prima fu una poltroncina in cinque pezzi, formata cioè da una scocca principale, gambe posteriori, braccioli e gambe anteriori. Essa fu subito esposta alla Rima e ripresa fra
l’altro dalla copertina di un volume edito sulla mostra sul tema dello “stare”. La seconda fu realizzata l’anno successivo sul tema di un modello fatto in tre pezzi: una sola scocca e due gambe/bracciolo, finita laccata bicolore. Per una mostra organizzata dalla Fede Cheti ne fu fatto un pezzo in frassino sul quale ho incollato dal lato della seduta e dello schienale una moquette spessa, bilana, fatta a mano da Fede. Oltre al colore cercavo maggiore comfort.

I NIPOTI DI CARLO RATTI

CARLO RATTI JR.
D. Da 25 anni lei si dedica allo studio del compensato curvato: prima imprenditore nell’azienda familiare, poi industrial designer e da ultimo docente. Vorrei che mi parlasse di queste sue tre diverse esperienze.
R. Imprenditore, docente, industrial designer non sono altro che tre tappe della mia vita, caratterizzate da un filo conduttore unico, quello della ricerca e dell’instancabile aggiornamento.

Questi sono i fattori che mi hanno permesso di cambiare vita ogni qual volta mi si è presentata l’occasione. La mia curiosità verso tutti i materiali ha fatto il resto.

CARLO BATTISTA BERRUTI
D. Nel settore del compensato curvato, l’azienda di Carlo Battista Berruti è stata tra le prime ad abbinare a una produzione esclusivamente in conto terzi, la fabbricazione di articoli finiti. Chiedo al dottor Berruti le ragioni di questa scelta.
R. Quando nel 1976, dopo varie esperienze lavorative, decisi di affiancare i miei genitori nella guida dell’impresa familiare, mi trovai di fronte da un lato ad un materiale affascinante, il compensato curvato, dall’altro ad un lavoro commissionato da terzi, privo di particolare interesse.

La situazione produttiva dell’azienda non era poi del tutto soddisfacente: ad un valore di 100 dato dai macchinari, dagli investimenti, dalle capacità operative della manodopera altamente specializzata, corrispondeva solo un valore di 60 di utilizzo in commesse provenienti dall’esterno.

Inoltre le potenzialità espressive e produttive implicite nel compensato curvato, non venivano adeguatamente sfruttate. In tale situazione era chiaro che non potevo lasciare l’azienda in balia di un mercato coi poco ricettivo.

Da qui la nascita nel 1976 della Danber Italia, una società che ha introdotto sul mercato interno ed estero, articoli altamente innovativi, espressione delle possibilità creative del compensato curvato.